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Inaugura ’Others’ in Sicilia: l’arte contemporanea, terreno di confronto dei paesi del Mediterraneo
Data: 22.07.2010

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Vai all'evento: OTHERS Le Biennali d’arte di Marrakech, Istanbul, Atene a Palermo e Catania

Vai alla sede: RISO - Museo d’Arte Contemporanea

Gli artisti correlati: Roman Opalka, Domenico Mangano, Ettore Sottsass, Igor Grubic, Nina Papaconstantinou, Tomàs Colaço, Sofia Aguiar, Heidi Nikolaisen, Batoul S’himi, Lydia Dambassina, Peter Dreher, Colectivo Etcetera, Nilbar Gùres, Michel Journiac


Others - Le Biennali di Marrakech, Istanbul e Atene a Palermo e Catania” è il titolo dell'ultima mostra realizzata dal Riso, Museo d’Arte Contemporanea della Sicilia, in stretta collaborazione con la Gam - Galleria d’Arte Moderna di Palermo e la Fondazione Puglisi Cosentino presso Palazzo Valle di Catania.

Inauguratasi l’8 e 9 luglio 2010 nelle due diverse sedi espositive siciliane, è un progetto importante di esplorazione delle pratiche artistiche contemporanee nel bacino del Mediterraneo, volta a indagare le relazioni tra espressione e territorio, tra ricerca individuale e collettiva, all’interno del contesto storico-sociale, in una prospettiva cosiddetta “glocale”, per dirla alla Zygmunt Bauman, che permetta di squarciare i confini nazionali e internazionali, nel nome della condivisione e della cooperazione trasversale tra i protagonisti.

Others-Altri, l’Alterità che chiama in causa il concetto di identità, e che si afferma con tanta maggiore autorevolezza nel quadro complessivo della contemporaneità: le giovani Biennali di città simbolo del Mediterraneo, icone emergenti dell’arte mondiale, vengono invitate e ospitate nel paese della Biennale per antonomasia, la storica veneziana, e in piena autonomia gestiscono spazi, scelte curatoriali, opere e artisti. L’emancipazione del ruolo secondario nel dibattito internazionale viene qui rivendicato e sottolineato con determinazione, riscattando una sorpassata marginalità di forme e contenuti, e proponendosi come piattaforma privilegiata per lo scambio e il confronto delle diverse posizioni territoriali.
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Nilbar Güreş, Unknow Sports, 2009, Photograph tryptich 120 x 120 cm, 180 x 120 cm, Edition 3, Courtesy of the artist


“La Sicilia si offre come ponte virtuale”, dichiara l’assessore regionale ai Beni Culturali e all’Identità siciliana Gaetano Armao. “Il Mediterraneo può diventare il momento d’avvio che ci permetterà di mettere in rete il patrimonio artistico di ciascuno e farlo diventare fonte comune di risorse economiche, sviluppo e internazionalizzazione”, conclude. È interessante notare come sia stato più volte evidenziato il senso di diffusa precarietà sociale percepito come grave emergenza collettiva da parte dei curatori delle tre diverse esposizioni: il termine “crisi” -declinata nelle varie forme, sociale, economica, culturale-  è stato ripetuto frequentemente durante la conferenza stampa, e lo status quo dell’arte contemporanea, filo conduttore della manifestazione, si rivela riflesso insospettato della generale dimensione di disagio esistenziale del singolo e di intere comunità. L’arte svincola le paure, libera le pulsioni, rigenera il fare umano: nella sua indeterminatezza costitutiva, rappresenta la più autentica espressione dello spirito individuale e collettivo, è quindi figlia del suo tempo, è il prodotto del suo stesso divenire.

Una dettagliata panoramica della III Biennale Internazionale d’Arte di Marrakech (AiM), nata nel 2005 grazie alla iniziativa di Vanessa Branson in collaborazione con amatori d’arte indipendenti, sbarca a Palermo nella sede espositiva di Palazzo Riso, Museo d’Arte Contemporanea della Sicilia, che dal 2008 costituisce la cortina tornasole della contemporaneità artistica nell’isola, essendosi presentato quell’anno con il progetto “5venti” nella veste di  museo diffuso regionale. Ora più che mai riafferma questo ruolo determinante nella diffusione e circolazione delle manifestazioni artistiche in Sicilia, e insieme alla GaM, Galleria d’Arte Moderna, sita a Palermo nello storico Complesso monumentale di Sant’Anna, ospita il progetto curato dal poliedrico ricercatore ed editore marocchino Abdellah Karroum.

A proposal for articulating works and places (part 2)” è il titolo della mostra realizzata in occasione dell’evento palermitano e che si classifica come diretta conseguenza della precedente “Une proposition pour l’articulation d’oeuvres et de lieux (partie 2)” esposta a Marrakech nel 2009 nel Real Palazzo Bahia. L’idea del curatore è stata quella di supportare le opere, testo e documento indispensabile del tessuto connettivo di risorse umane e linguaggi territoriali, che nel trasferimento ad altro luogo disperdono probabilmente i significati originari ma ne assumono di nuovi, di inediti. L’interrogativo ruota attorno al valore dell’arte come espressione di una società, del suo spazio e della sua storia, e sul potere universale del suo dialogo transnazionale. Tra i 26 artisti selezionati da Karroum, nei suggestivi ambienti di Palazzo Riso, emerge la contaminazione dei media e delle riflessioni possibili sulla relazione tra il sé e il mondo esterno, l’opera del portoghese di origini marocchine Tomàs Colaço “Pension Palace- Room 11- The Bedroom of the foreign writter” (installazione del 2009) indaga l’intimo rapporto tra individuo e spazio vissuto; le discrete e piccole tele a olio di Sofia Aguiar con l’opera dal titolo “I like Insects/ Insects Like Me” (2009), rivelano con precisione veristica, di sapore fiammingo, lo scandagliarsi delle personali paure analizzate alla lente di ingrandimento e così esorcizzate; l’installazione complessiva di Heidi Nikolaisen “We belong to the same tre” (2009) ricostruisce una mappa topografica della memoria familiare dell’artista; “Sans titre de la sèrie (Monde sous pression)”, del 2009, opera di Batoul S’Himi, dimostra la problematica condizione di un mondo estremamente in pericolo e in disfacimento.
Catania, nella prestigiosa sede della Fondazione Puglisi Cosentino presso Palazzo Valle, ospita, invece, le Biennali di Atene e Istanbul, in un allestimento distribuito rispettivamente al primo e secondo piano del palazzo.

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Heidi Nikolaisen, We Belong to the Same Tree, 2009, Installazione/installation, Dimensioni variabili/variable dimensions, Courtesy dell’artista/of the artist

Per la Athens Biennale, organizzata dalla Athens Biennale No-Profit Organization, fondata nel 2005 dal collettivo XYZ, acronimo di Xenia Kalpaktsoglu, Poka-Yio, Augustine Zenakos, la sfida continua per questa speciale occasione fuori dai confini nazionali, selezionando 26 artisti, e completa la trilogia delle precedenti edizioni “Destroy Athens” nel 2007 e “Heaven” nel 2009 con “Away and Boil Your Head”, concentrandosi sul tema del tempo che si dilata, in cui il mondo è immerso: emerge la dimensione della durata come unico tempo esistenziale possibile. I curatori ne sottolineano il carattere sospeso in un momento di precarietà e instabilità socio-economica:  “la continua lotta del singolo contro vicoli ciechi che trova sul proprio cammino, e che sono parte della sua identità collettiva”. È per questo che hanno concepito la selezione delle opere e degli artisti come un’unica grande opera, un insieme compatto ma fluido di esperienze e testimonianze visive che documenti l’incertezza identitaria in divenire.

Così si alternano le diapositive intimiste di Lydia Dambassina in “Le Lac” (2009) e le piccole tele a olio del tedesco Peter Dreher della serie “Tag um Tag Guter Da (Day by Day Good Day)”, realizzate tra il 1974 e il 2007 che, ricordando la concettuale serialità delle tele del coetaneo Roman Opalka, raccontano la mistica del tempo nel suo lento fluire; la greca Nina Papaconstantinou col suo “Diary (Robinson Crusoe)” del 2008, raccoglie tra le pagine bianche la qualità segnica del tempo, attraverso la lenta cucitura di un filo in cui si racchiude l’intreccio di spazio e durata nella rappresentazione più elementare; gli italiani Domenico Mangano con “La storia di Mimmo” (1999) ed Ettore Sottsass con “Metafore n.21A. Disegni per i destini dell’uomo. Disegno dell’orribile messaggio dell’uomo agli alti pianeti” (1976) con disincanto rivelano le ingiuste e inquietanti realtà sovrapposte dalla cosiddetta società civile che, attraverso soggetti ai margini nel primo caso o rivolgendosi a un destinatario addirittura “alieno” nel secondo, evidenziano con maggior forza le proprie contraddizioni e sofferenze.

L’International Istanbul Biennial, nata nel 1987 per favorire il dialogo tra le diverse culture grazie alla promozione dell’arte contemporanea, è sbarcata in Sicilia sotto la curatela del collettivo WHW (What, How and for Whom), costituito da Ivet Curlin, Ana Devic, Natasa Ilic, Sabina Sabolovic, Dejan Krsic con sede a Zagabria nel 1999,  è partita dall’interrogativo tratto dall’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht “What Happens to the Hole Wheen the Cheese is Gone?”, diventato poi il titolo della mostra catanese. “Cosa ne è del buco una volta finito il formaggio?” risponde in qualche modo al tema della 11 Biennale di Istanbul “What keeps Mankind Alive?”, (cosa tiene in vita l’umanità?): l’instabilità di contesti ideologici frammentati nel contemporaneo, la perdita di un centro di gravità permanente, si riflettono nel progetto espositivo che sottolinea significativamente la denuncia di sistemi corrotti.

Tra i 18 artisti selezionati, l’argentino Colectivo Etcetera, propone l’installazione “Errorist Kabaret” (2009-2010) che nella simbolica triade cromatica bianco-rosso-nero mette in mostra un piccolo teatro da commedia il cui palco è vuoto e al contrario la platea, nell’attesa dell’evento, è colma di personaggi limite, icone storiche e immaginarie, che rappresenta bene il microcosmo della vita, la reale teatralità in atto; il croato Igor Grubic con la video-installazione “East Side Story” (2006-2008) racconta una nuova versione del noto musical statunitense, vissuta e drammatica; il turco Nilbar Gùres con “Unknown Sports” (2009) ironizza sulla falsa mitologia dell’attività sportiva attraverso decadenti protagonisti;  Michel Journiac con il suo “Hommage a Freud, constat critique d’une mytologie” (1972) gioca con l’ambiguità superficiale delle identità che si fondono/confondono tra individualità e collettività.

La condivisione dell’orizzonte umano che si pone come terreno di confronto e scambio tra le diverse realtà fenomeniche proposte si rivela possibile rete di dialogo non solo virtuale nel nome dell’inviolabile diritto collettivo al richiamo dell’arte e dei suoi princìpi, nella tutela e legittimazione delle domande e nella doverosa ricerca di risposte da parte delle istituzioni. Se nel paese della Biennale sbarcano le Biennali che questo sia il chiaro segno di una presa di coscienza collettiva, di una solidale messa in comune delle risorse umane, culturali ed economiche insieme.


In copertina: Batoul S’Himi, Sans Titre de la série (Monde sous pression), 2009, Installazione, metallo, legno, cenere/installation, metal, wood, as hand kohlDimensioni variabili/variable dimensions, Courtesy dell’artista e/of the artist and L’appartement 22, Rabat