ArtKey Magazine | ArticoloFrancesca Woodman, Ritratti interiori tra Providence, Roma e New York, Palazzo Permanente Milano
Autore: Giulio Cattaneo
Data: 19.07.2010
Vai all'evento: FRANCESCA WOODMAN Vai alla sede: Palazzo della Ragione Gli artisti correlati: Francesca Woodman “Nessuno ha mai scritto, dipinto, scolpito, modellato, costruito o inventato se non per uscire letteralmente dall'inferno” Antonin Artaud Some Disordered Interior Geometries, scriveva la giovane Woodman come titolo della sua prima ed unica collezione fotografica da lei pensata e presentata prima del suicidio (19 gennaio, 1981). Alcune disordinate geometrie interiori l’hanno portata a togliersi presto la vita, a privarci di un genio della fotografia senza pari per la sua età. “Ho dei parametri”, scriveva, “e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate.” Sofferente, confusa, probabilmente si sentiva inadeguata con se stessa, con il suo corpo, a vivere quella giovinezza a volte difficile e pressante. Aveva dato già tutto nel suo lavoro? Forse; questo non lo possiamo sapere. Poteva dare ancora molto? Probabilmente; una carica così espressiva, anche se stimolata e simbolo di una sofferenza interiore, poteva evolversi in qualsiasi cosa. Lavorare su se stessi, migliorarsi, capirsi, accettarsi; Francesca ha lanciato la sfida con se stessa e tramite il suo lavoro si è analizzata, cercata, capita, arrivando alla fine del percorso; perdente o vincente non sta a noi giudicarlo. Chi sono io? È la domanda che si poneva durante il suo percorso creativo; è la questione su cui pone le basi l’intero suo lavoro, costruito esclusivamente, e anche in qualche caso narcisisticamente, sull’autoritratto. All’amica Sloan Rankin, che le domandava perché utilizzasse spesso se stessa come modella, la Woodman rispondeva, non senza un certo sarcasmo, “è una questione di convenienza. Io sono sempre disponibile”. Non possiamo dimenticare che ancora adolescente, a soli tredici anni, Francesca ha iniziato praticamente da sola l’esperienza di fotografa, sostenendo interamente i costi di produzione del proprio lavoro. E’ così che bisogna inoltre approcciarsi al suo lavoro e cioè al lavoro di una studentessa adolescente, che frequentava ancora le scuole. Sono due aspetti importanti, l’essere studentessa e l’essere adolescente, che non vanno dimenticati di fronte ai suoi scatti. Come ben rileva Isabel Tejeda, curatrice della mostra, il fatto che la Woodman si trovi in quella delicata fase di riconoscimento della propria identità come la fine dell’adolescenza e il passaggio all’età matura riveste senza dubbio un peso specifico nella decisione di apparire nelle foto. La maturità che traspare dal suo lavoro non deve trarci in inganno; il genio tecnico non deve prevalere sull’età anagrafica, che deve rimanere tuttavia importante anche per le vicende biografiche dell’autrice. Questo non soltanto per il tragico suicidio ma anche per tutte le altre esperienze di vita: gli studi, le amicizie, la difficoltà nel superare il grande amore finito, le vacanze estive con la famiglia. Sbaglia chi gioca alla ricerca disperata dei segni premonitori del suicidio all’interno delle sue pose; Francesca lavora su di sé ma non tendendo alla morte, non lasciando volontarie tracce del violento gesto, che non deve inoltre diventare il centro propulsore della sua figura artistica. E’ logico e naturale leggere inquietudine, ansia, a volte solitudine nelle sue pose; il non sentirsi omologata al sistema, agli altri. Sincera la volontà di celare il suo volto, vuoi dai capelli, dagli oggetti, o tramite doppie esposizioni fotografiche; naturale il gioco con il suo corpo, con cui ognuno si sente a disagio. Francesca desiderava ardentemente essere la protagonista dei suoi scatti, sia perché le interessava il proprio corpo, anche in relazione allo spazio o agli oggetti, ma soprattutto perché solo così poteva esattamente controllare la scena; questo lo possiamo comprendere molto bene nella serie fotografica realizzata con Charlie, il modello a disposizione degli studenti della Rhode Island School of Design, in cui dopo le prime pose, unicamente incentrate su di lui, Francesca compare davanti all’obbiettivo sia come modella ma anche interagendo ironicamente con Charlie. La Woodman porta avanti un lungo lavoro su di sé, non scadendo mai nella ripetizione tematica; riesce a trovare un’inesauribile capacità di trarre da sé ogni ragione, ogni necessità, ogni pretesto che presuppone, informa e definisce il proprio operare scrive Marco Pierini, curatore dell’esposizione. ![]() Francesca Wodman, Senza titolo, Boulder, Colorado, 1972-1975, stampa alla gelatina d'argento ![]() Francesca Wodman, Senza titolo, Providence, Rhode Island, 1975-1978, stampa alla gelatina d'argento ![]() Francesca Wodman, Then at one point I did not need to translate the notes; they went directly to my hands, Providence, Rhode Island, 1976, stampa alla gelatina d'argento Lei basta a se stessa, alla sua ricerca, al suo lavoro; sola si esprime liberamente, può decidere delle sue opere diventandone la protagonista in una vita dove essere protagonisti e poter decidere ed essere capiti non è facile. Lontana dalla società si dedica interamente a se stessa, al rapporto col suo corpo ma anche con lo spazio circostante e gli oggetti che spesso utilizza. “Visibile e mobile il mio corpo è annoverabile fra le cose, è una di esse, è preso nel tessuto del mondo e la sua coesione è quella di una cosa. Ma poiché vede e si muove, tiene le cose in cerchio attorno a sé, le cose sono un suo annesso o un suo prolungamento, sono incrostate nella sua carne, fanno parte della sua piena definizione, e il mondo è fatto della medesima stoffa del corpo” scriveva Merleau-Ponty ne L’Oeil et l’Esprit. Unione tra corpo, spazio e oggetti che lo circondano; un tutt’uno di corpo e ambiente come spesso avviene negli scatti di Francesca dove il suo corpo è camuffato, assimilato con l’intonaco dei muri, nascosto tra mobili e oggetti, integrato nella natura, come nelle immagini scattate ad Andover ed a Boulder. Ricava da sé il suo mondo, non da esperienze, vicende o situazioni reali; nelle sue foto non racconta fatti ma qualcosa che prescinde da una lettura umana univoca, da un’esperienza, tendendo invece ad una femminile espressione esistenziale del sé. La sua opera si sviluppa attorno allo studio del rapporto primario e “denudato” tra il proprio corpo adolescenziale, femminile, e lo spazio, e al modo in cui questo rapporto viene scarnificato e sviscerato attraverso la fotografia. Il suo corpo rifugge la centralità, smaterializzandosi in pose volutamente sfuggenti, dove spesso non la si riconosce, dove appare come un fantasma, immateriale, trasparente, grazie alla tecnica fotografica che padroneggia con estrema destrezza e delicatezza. La Francesca che risulta dalle fotografie trascende ogni tipo di idealizzazione, fisica ed eroica, evitando ogni tipo di coinvolgimento autobiografico all’interno dell’immagine così come risultano antinarrative o aneddotiche. Rimane un argomento ancora aperto il rapporto tra la Woodman e il femminismo degli anni ’70; quello che sicuramente si può asserire è che parte della ricerca su di sé, che l’artista compie incessantemente, si sviluppa in quell’ambito generazionale femminista che protende verso una piena consapevolezza del sé al di là di qualsiasi ideologia patriarcale. La sua non è una chiara denuncia, come è stato invece per altre artiste del periodo, ma uno spaccato visivo del mondo femminile, introspettivo e psicologico, intimo. Non una denuncia urlata, aperta, ma una riflessione più intima, legata alla finezza femminile, ai dettagli, come al lilium di una sua celebre posa, simbolo dell’amore virginale ma in questo caso anche ambiguamente simile ad un serpente. Gioca d’attacco il Comune di Milano con una mostra non semplice; non il solito blockbuster per il grande pubblico, soprattutto in un periodo dove la città si assopisce al caldo e dove i milanesi fuggono, lasciando negozi chiusi e poche iniziative ai turisti che vagano sovente per una città fantasma con poche iniziative. Sarà un nuovo corso delle politiche culturali comunali? Ce lo auguriamo. |
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