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Pompei, Ercolano e le Soprintendenze: un tesoro alla deriva
Data: 19.07.2010

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Un tesoro archeologico più unico che raro, invidiatoci da tutto il mondo e visitato ogni anno da milioni di curiosi e appassionati provenienti da ogni parte del globo. Si tratta dei siti archeologici che ruotano attorno all’area vesuviana, dalle ormai famose cittadine di Pompei ed Ercolano a quelle di Stabia, Oplontis e Boscoreale, una vasta area sommersa dalla lava e dalla cenere nel corso della violenta eruzione del 79 d.C., riportata alla luce e capace di offrirci spaccati di vita vissuta circa Duemila anni orsono, con resti architettonici, manifatturieri e umani arrivati sino a noi in condizioni pressoché perfette.
Custodire un dono simile sarebbe una fortuna e un vanto per molti. Talvolta, però, può accadere che il “dono” si trovi nel posto o nel momento sbagliato. Da tempo, infatti, le soprintendenze campane sembrano fare acqua da tutte le parti e recentemente sono state persino commissariate da un funzionario della Protezione Civile. Da un’inchiesta effettuata da “La Repubblica” del 12 luglio 2010 si può apprendere, ad esempio, come la Soprintendenza di Napoli, da cui dipende anche Ercolano e Pompei, sia amministrata ad interim da Giuseppe Proietti, ex Segretario generale del Ministero dei Beni culturali e Soprintendente speciale di Roma e Ostia, con tutto ciò che ne deriva, sovraccarico di lavoro, di mansioni e di competenze che paiono francamente inopportune ed eccessive. O come la dott.ssa Maria Luisa Nava, nonostante i diversi annullamenti della sua nomina, sia tuttora a capo della Soprintendenza di Salerno che si occupa anche della gestione dei siti archeologici di Avellino, Caserta e Benevento. Tutto ciò diventa paradossale se consideriamo che Mario Pagano, uno dei massimi esperti di scavi nell’area vesuviana con circa trecento pubblicazioni scientifiche all’attivo, viene spodestato dall’incarico presso la Soprintendenza di Salerno dopo appena 3 mesi di attività e nonostante due ordinanze di reintegro da parte della magistratura. Inoltre, risultano alcuni ammanchi di denaro coperti con fondi stanziati dal Ministero dei Beni culturali per lavori di manutenzione che paiono non essere stati svolti.
Un caso al limite dell’assurdo è rappresentato dal Museo Antiquarium di Ercolano, costruito 35 anni fa, inaugurato una prima volta nel ’78 e successivamente nel ’93, ma mai aperto al pubblico. Uno spazio creato ad hoc per ospitare circa quattromila reperti archeologici, tra cui alcuni di grande valore come la "statua di bronzo di bacco" o gli antichi "ori" riemersi fra gli scheletri, da anni stoccati all’interno di banche e magazzini. Persino le terme e il teatro antico sono chiusi al pubblico. Inoltre, trecento calchi di corpi carbonizzati attendono di essere collocati nel luogo di rinvenimento nonostante i lavori siano iniziati 12 anni fa.
Sebbene sia la metà privilegiata tra i siti in questione, Pompei non naviga certamente nell’oro. Difatti, il sito dei fuggiaschi, uno degli ultimi scavi portati alla luce nel corso degli anni Novanta grazie ai fondi Fio e situato a pochi metri dall’omonimo Orto, è chiuso al pubblico senza nessuna spiegazione.
Sembra veramente ingiusto non preservare e valorizzare così tanta ricchezza, apprezzata ogni anno da un numero talmente elevato di visitatori da piazzarsi ai primi posti tra i siti archeologici più visitati del mondo e contribuendo, oltretutto in modo sostanziale, al sostentamento e allo sviluppo dell’economia locale. E’ lecito domandarsi se magari così tanta abbondanza abbia potuto sminuire il valore di tutto ciò.