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Vito Acconci al Castello di Rivoli di Torino
Autore: Mattia Lenzi
Data: 19.07.2010

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Vito Acconci - “Film=Landscape, Video=Close-Up”

Si scosta il pesante drappo, sipario che lo spettatore deve spostare ed alzare per entrare nel film, e si cade in uno spazio oscuro e risuonante, una concatenazione di sale popolate di corpi, di parti di corpi, che parlano, gridano, si lamentano, recitano nenie al limite dell'incomprensibilità, si muovono, cercano un appiglio nello spazio che li circonda, si inseguono, cadono, si disegnano e si ridisegnano, modificando la propria forma e la propria natura. Le immagini che provengono dai video dei monitor disseminati nelle sale, così come quelle di più grandi dimensioni proiettate sulle pareti dei vari ambienti, calamitano immediatamente l'occhio dello spettatore, così come al suo orecchio si avvinghia quella voce, carica di intensità emotiva, che diviene ossessiva musica di fondo: tra l'immagine e lo spettatore si è così stabilita la 'distanza intima', il volto e il corpo dell'artista che 'entra in se stesso' nei film e nei video, sa anche 'entrare negli altri', li turba e li mette a disagio ma insieme li attira, li seduce, e definitivamente e totalmente li coinvolge.
Le voci e i corpi che popolano le sale del terzo piano del Castello di Rivoli sono in realtà quelli di una sola persona, di un solo artista, che si chiama Vito Acconci. Il Museo di Arte Contemporanea di Rivoli, nell'ambito della rassegna tutto è connesso, presenta un approfondimento sull'opera dell'artista newyorkese, una mostra dal titolo Film=Landscape, Video=Close-Up, curata da Marcella Beccaria e ospitata nelle sale del Castello dall'8 giugno al 26 settembre 2010. Acconci, nato a New York, nel Bronx, nel 1940, figlio di un immigrato italiano, è uno dei più interessanti e significativi sperimentatori dei linguaggi espressivi ed artistici, dalla poesia alla video-arte, dalla body-art all'architettura. Iniziando la sua carriera artistica come poeta, con il desiderio di diventare uno scrittore, ha imparato a concepire la pagina bianca come uno spazio all'interno del quale non solo la mano di chi scrive, ma anche l'occhio di chi legge, può muoversi come meglio crede, per soddisfare la propria creatività e il proprio bisogno di conoscenza. A quel punto si è chiesto: ma perché limitarsi ad un pezzo di carta, quando c'è un pavimento o una strada con cui lavorare? E ha così dato avvio alla sua eccezionale carriera artistica come performer e video-artista, concentrando la propria attenzione su come normalmente ci si muove nello spazio reale, e a che cosa ci fa muovere. Per sviluppare questa riflessione ha cominciato ad utilizzare concretamente se stesso, il suo corpo, partendo dal presupposto che chiunque – l'artista, lo spettatore – si trova immerso in uno spazio, e a quello spazio reagisce. Le sue performance, dalla fine degli anni '60, erano dunque tutte incentrate sul proprio corpo, con un forte impatto fisico e psicologico, spesso traumatico e disturbante per l'osservatore, con cui l'artista cerca di costruire un rapporto sempre più intimo. A partire dagli anni '80 il suo lavoro evolve ancora (con la creazione dello Studio Acconci): dal lavoro sul corpo l'artista passa a modificare l'arredo urbano, la città, con costruzioni di public-art, archi-sculture minimaliste sempre attraversate da forze cinetiche, creazioni architettoniche non da osservare e contemplare, ma da utilizzare concretamente, da percorrere.

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La mostra di Rivoli presenta un'inedita selezione di opere in film e video realizzate da Acconci tra il 1969 e il 1977. Fin dal primo sguardo appare subito chiaro che è il suo corpo la materia prima con cui lavora, testandone possibilità e limiti fisici, esplorandone la sessualità, la vulnerabilità, manipolandolo, trasformandolo o verificandone la resistenza. Del corpo emerge la sua volontà di conoscere, di afferrare ciò che lo circonda, di sviluppare e amplificare il più possibile il senso del tatto, quando vengono meno altri sensi (come ad esempio la vista, quando – bendato – brandisce un bastone, una sorta di appendice recettiva con cui 'colpire' lo spazio per percepirlo). Il corpo è modificato e trasformato dal fuoco, dalla fiamma di un fiammifero o di una candela che brucia peli e capelli; poco più in là – da uno degli schermi dei monitor collocati nelle sale – Acconci utilizza lo strumento della propria voce, canta, e dunque 'suona' se stesso (
play onto me) sdraiato su un letto, mimando un rapporto sessuale fatto di suoni, ritmi, canto, parole. Sugli schermi vicini l'artista e una donna giacciono racchiusi in una scatola di legno aperta verso la cinepresa, uno spazio ben delimitato (come quello di una pagina) in cui lei è legata da una corda e lui sembra maneggiare e trarre a sé dolcemente una corda immaginaria, invisibile, in un'enfatizzazione dei gesti delle mani, che cercano, at-tirano, avvicinano e legano. Alzando lo sguardo non si può fare a meno di 'legare' i propri occhi alle pareti su cui il corpo di Acconci è proiettato in modi e forme diverse (si tratta delle opere originariamente filmate in super8): a dorso nudo, baciato a ripetizione da una donna il cui rossetto si imprime sulla sua pelle, tatuandogli addosso decine e decine di bocche, segno di un 'amoroso assaggio' che l'artista ricambia strusciandosi addosso alla schiena nuda di lei, ricoprendola dei suoi stessi baci; inquadrato fuggevolmente dalla cinepresa, che – ruotando con uno zoom fisso all'interno di una stanza – per pochi istanti mostra il volto dell'artista con un'espressione ogni volta diversa, cangiante, come se volesse stabilire un rapporto emotivo e diretto con chi lo osserva; o ancora davanti a uno specchio, con le mani che si muovono, cercano di afferrare i suoi capelli riflessi, poi si chiudono a pugno, colpiscono lo specchio, fino a mandarlo in frantumi insieme al proprio corpo in esso riflesso. E poi ancora dita che strappano i peli intorno all'ombelico, Vito che – chino su di un registratore a bobine – sussurra e poi grida rivolto a lui, Vito che – nudo e chino a terra su di un gatto, pare insieme proteggerlo ed opprimerlo, Vito che impedisce ad una donna – nuda, chiusa contro un muro senza via d'uscita – di scappare via. Ridefinizione dei limiti del proprio corpo, stress, adattamento ed esaurimento, cambiamento e stravolgimento dei ruoli stabiliti (ad esempio nella sessualità). Nell'ambito della manipolazione del corpo e del suo movimento all'interno dello spazio – con un coinvolgimento psico-fisico da parte dello spettatore – il film e il video giocano un ruolo cruciale, alimentandosi l'un l'altro, interagendo e ridefinendo i rispettivi ambiti. Il titolo della mostra richiama una similitudine proposta dall'artista nei suoi scritti, quella cioè tra il film e il paesaggio (che diviene a sua volta metafora del sogno, del mito, della storia e della cultura). Per Acconci il film rappresenta una dimensione 'più grande della persona', un mondo più ampio e variegato, che non deve perciò avere il sonoro, bensì comunicare con lo spettatore ad un livello più emotivo ed inconscio. Il mezzo atto a stabilire un rapporto diretto con gli spettatori è il video, che pone l'artista faccia a faccia con chi lo osserva, e in cui il suono diventa necessario per stabilire la 'distanza intima' tra artista e osservatore. Come sostiene lo stesso Acconci: «Il monitor è un punto nello spazio che include lo spettatore, un circolo che da lui è completato». Ciò che gli interessa non è un osservatore, ma un 'fruitore' e un 'partecipante'; la sua arte presuppone un coinvolgimento, un 'terzo' che completi l'opera dando inizio alla necessaria 'discussione': «One person is a solo, two is a couple or a reflection, the third person starts an argument. The public begins when an argument starts».