ArtKey Magazine | ArticoloChristian Boltanski per Monumenta 2010
Autore: Greta Travagliati
Data: 09.02.2010
Gli artisti correlati: Christian Boltanski L’ARTE DEL RICORDO Montagne di vestiti usati ed una collezione davvero unica: battiti di cuore. Così l’artista francese Christian Boltanski prosegue il suo singolare percorso, da Parigi fino al Giappone, motivato da un unico desiderio: raccontare l’assenza. Cosa significa veramente ricordare? Cosa ritorna alla superficie quando vediamo un ritratto, quando sentiamo l’odore, la voce, di qualcuno che non è presente? Si chiama “Personnes” (da interpretare come condizione mediana tra “Persone” e “Nessuno”) e, scherza l’artista, a visitarla saranno in molti, moltissimi. E’ la giocosa messa in scena della morte realizzata da Christian Boltanski (1944, Parigi) in occasione di Monumenta 2010. Il rinomato appuntamento parigino, dopo il successo di Anselm Kiefer e Richard Serra, ha scelto infatti quest’anno di giocare in casa, affidando gli spazi del Grand Palais ad uno degli artisti francesi più acclamati al mondo, patron del doppio concetto di assenza e commemorazione. Il quale non perde mai occasione per una battuta. “Sì, spero di morire molto lentamente. Sa perché? La verità è che amo intensamente la vita. La amo forse troppo.” Certo non si direbbe, vista la familiarità dei lavori di Boltanski con i concetti di lutto, di privazione, anche questa volta reiterati in un’opera visiva ed acustica che lascia senza fiato. “Vorrei che il visitatore si sentisse dentro l’opera. Non che la guardasse dall’esterno”. Ed in effetti, i 13.500 metri quadrati del Grand Palais non lasciano spazio ad alcuna fuga: sono interamente occupati dall’installazione, dai suoi rumori meccanici, dalla temperatura gelida. “Vorrei che si provasse un sentimento di oppressione. Che si sentisse l’esigenza di uscirne. Di tornare di nuovo alla vita”. Lontano dalle boriose dispute su cosa sia arte e cosa no, per Boltanski ciò che conta è che l’arte faccia dialogare l’essere umano con i suoi stessi limiti. Entrare al Grand Palais è come entrare nel magico mondo di Alice, dove si è grandi e piccoli nello stesso istante. Il mondo delirante di Boltanski è fatto di gigantesche gru fluttuanti, come quelle con cui giocavamo da bambini ma amplificate all’inverosimile, le cui ganasce arrivano fino al soffitto vetrato del Grand Palais. E’ fatto di montagne di vestiti usati che, compatti uno sull’altro, smettono di essere abiti per trasformarsi in semplice massa di tessuto, pura reiterazione. La processione degli indumenti continua lungo tutta la sala, in un colorato cimitero di superficialità. Gelato. Fastidioso. Il suono emesso dagli altoparlanti è assordante, ripetitivo. D’altronde, ricordare non è un atto facile. “Una foto, un vestito usato, un corpo morto o il battito di un cuore, sono la stessa cosa: un oggetto che rinvia ad un soggetto assente. Ciò che viene mostrato non sarà mai la presenza, bensì l’assenza di qualcuno.” Madre cristiana e padre ebreo, Boltanski mostra, nell’accasciarsi molle degli abiti senza più corpo, senza volto, la violenza della scomparsa collettiva. Quella dei campi di concentramento, ovvio. Quella contemporanea e scottante di Haiti, le cui immagini hanno commosso tutto il mondo. Grazie all’uso di fiabe al limite del grottesco, dell’allucinatorio, Boltanski ci mostra il sottile spegnersi dell’unità nella massa, dello specifico nel genere, della differenza singola nella vuota ripetizione. ![]() Cos’è d’altronde un ricordo, se non la storia re-inventata di un passato che non riusciamo a guardare in faccia? L’ossessione per la scomparsa caratterizza anche “Gli archivi del cuore”, opera cui Boltanski lavora dal 2005, e a cui si può partecipare direttamente. In una stanza del Grand Palais è possibile infatti registrare il battito del proprio cuore. L’immenso archivio verrà installato a luglio a Teshima, isola giapponese nel mare interno di Seto, in occasione del Setouchi International Art Festival. L’arte si sposta quindi dal braccio frenetico di Tokyo, dalle gallerie white cube ed iper-minimaliste, per toccare il cuore più rurale ed atavico del Giappone, dove un tempo la popolazione si dedicava all’agricoltura, al lavoro nelle risaie. Oggi la maggior parte della gente è emigrata nelle città, e sulle isole non restano che villaggi abbandonati, scuole ed aziende in disuso, pochi abitanti per lo più anziani. “Realizzare un festival d’arte contemporanea è un modo per esprimere tutto il rispetto possibile per le nostre antiche tradizioni, che stanno ormai scomparendo. Ed è a questo che deve servire l’arte. A ridare fiducia alla gente” spiega Fram Kitagawa, direttore del Setouchi International Art Festival, nonché presidente della Art Front Gallery e direttore della Triennale d’Echigo-Tsumari. Un tempo erano le barche dei pescatori a portare attualità e cultura nelle isole del mare interno di Seto. Quest’estate, al contrario, turisti di tutto il mondo arriveranno dal mare per vedere cosa produce lì la cultura contemporanea. “E’ un modo per ridare vitalità a quelle aree, ormai spopolate. Nel rispetto delle tradizioni e delle caratteristiche della zona”. Sottolinea Kitagawa. Ed è anche un modo per dare agli artisti incredibili spazi di riflessione, di certo non comparabili a quelli che può offrire un centro storico, già ricco di iniziative e limitato negli spazi. “Avevo già lavorato in precedenza con la registrazione del mio battito cardiaco” - spiega Boltanski- “ma questo lavoro sarà spettacolare, perché è l’isola ad esserlo, è lontana, sperduta. Ed un giorno tutta la gente di cui ho registrato i battiti morirà, e Teshima diventerà l’isola dei morti. Là i loro battiti sopravvivranno.” Certo, non per sempre. L’arte non salva dall’oblio, Boltanski lo sottolinea in continuazione. Non può restituire nulla al suo pubblico. Ma il pubblico può vivere nell’arte, con l’arte, l’esperienza ludica del ricordo fatto oggetto. ![]() Monumenta 2010 http://www.monumenta.com |
ArtKey Magazine
In Primo Piano
![]() |
|
|
|
||