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Justin Lowe alla Galleria Cesare Manzo di Roma con “The New War”
Data: 04.02.2010

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Vai all'evento: JUSTIN LOWE - The New War

Vai alla sede: Galleria Cesare Manzo

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Se c’è un artista capace di sconvolgere la normale percezione delle immagini e di creare un nuovo immaginario visivo e artistico, utilizzando semplici ritagli di giornali o di pellicole fotografiche, quello è Justin Lowe. Classe 1976, l’artista neworkese torna a due anni dall’ultima personale del 2007, con “The New War” un’esposizione di ben trenta collage dal sapore fortemente surreale e vintage, in mostra fino al 30 marzo alla Galleria Cesare Manzo di Roma.

Copertine di vecchi dischi in vinile, pellicole cinematografiche, locandine, fotografie. Justin Lowe ritaglia elementi di immagini composte da più figure per riproporli in nuove composizioni bidimensionali o tridimensionali. E’ l’immaginario Pop degli anni ’60 a dominare nelle opere del giovane artista statunitense: dalla fantascienza ai manuali di autoerotismo, dai romanzi di spionaggio ai simboli religiosi, dagli oggetti della chimica alle immagini della Guerra Fredda.

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I visi di Jacqueline Kennedy e Onassis, la sagoma della scimmia della locandina di “The planet of the apes”, il volto di Shirley MacLaine, il fumetto de “L’incredibile Hulk” o il corpo di un’avvenente signorina, sono solo alcuni degli elementi che Lowe ritaglia e ricompone in una sequenza di collage che conduce lo spettatore ad associazioni inverosimili, ma evidentemente rese possibili nelle mani dell’artista.

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Gli anni ’60 dunque dominano “The New War”, come fonte d’ispirazione figurativa (basti ricordare che proprio la tecnica del collage era molto usata nella Pop Art), ma sono richiamati anche per la frammentarietà, le contraddizioni, le rivoluzioni e i fallimenti che ne hanno caratterizzato l’evolversi. A colpire subito l’attenzione del visitatore, i due grandi specchi frammentati intitolati “Che” e “The lovers” (entrambi stampa su vinile su supporto in plexiglass frammentato).

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A dominare, invece, nelle due sale successive, “City of Angels” e “”Sybil” due grandi opere che rappresentano una sorta di risultato del percorso. In essi infatti la scala è ingrandita, il contorni delle figure non sono definiti come nei collage più piccoli, ma anzi sembrano diluirsi fino a confonderle tra di esse. Lo spettatore si ritrova davanti ad una nuova dimensione che destabilizza la normale percezione delle immagini e che lo induce a creare lui stesso un nuovo significato dell’opera.


Foto a cura di Paolo Angelucci